Daniela

Daniela

(Alessia) Perché siamo qui? 

Perché la tua storia, seppur ne conosca solo dei pezzetti sconnessi, mi ha colpito! Anche Daniela è una donna eccezionale, mi sono detta.

Eccezionale cosa vuole dire? Che costituisce un’eccezione rispetto alla regola.

In che cosa ti considero un’eccezione? Per il fatto che tu, pur avendone prese di “botte”, e seppur ci siano state sofferenze nella tua vita, non ti sei arresa, dentro di te la fiamma vitale è accesa e possiamo dire che lotta perché vuole ancora Vivere. Hai avuto e hai un modo di reagire che ti fa essere Viva ancora oggi.

Il fatto che tu mi renda testimone della tua storia e mi permetta di diffonderla, è un grande dono che mi fai e che fai alla altre Daniela e ti ringrazio profondamente.

Io e te abbiamo qualche generazione di distanza, potresti essere mia madre; hai vissuto in un’epoca che io a stento riesco ad immaginare. Che sia possibile uno scambio fra donne di generazioni diverse, il fatto di essere entrambe vive nella stessa epoca, di essere qui insieme, che tu mi dia fiducia e sia disposta ad aprirti, a darmi accesso alla parte più intima di te, questa è una grande ricchezza a mio avviso e come donna mi connette a tutte le altre donne che mi hanno preceduto e mi avvicina anche a mia madre e alla sua storia.

Una donna che si narra e l’altra che ascolta: questo ci permette di curarci le une delle altre, questo ci permette di riconciliarci. Darci il permesso di tirar fuori ciò che abbiamo dentro con un’altra donna che ti ascolta veramente ci cura; e dovremmo iniziare a farlo sempre di più. Accogliere la tua storia di donna di un’altra generazione mi cura. Ogni donna che sceglierà di leggerla a sua volta riceverà cura, perché questo che fai è un dono, ed io, che sono in contatto con te in questo momento, sento l’eccitazione e la voglia, ma anche il timore e la fatica.

Che sia di esempio per altre donne, che serva per non dimenticare, che serva a chi ha un vissuto simile al tuo per dire: “Allora non sono l’unica!”, che serva per dare un messaggio di incoraggiamento su come poter andare oltre.

Grazie Daniela!

(Daniela) Sai Alessia, ripensandoci e guardandomi indietro a volte mi sorprendo anche io di come ho vissuto. “Ma come ho fatto?” Mi chiedo a volte. Oggi dico a me stessa: “Stavo un passo avanti!” e non sento di peccare di presunzione. Per quanto sia stato bello, per i figli e tutto il resto, se avessi vissuto adesso, in quest’epoca ti dico che non mi sarei sposata. Se avessi vissuto oggi i miei sedici anni avrei messo in atto tutto quello che avevo in testa, i miei desideri e tante cose le avrei fatte diversamente; però è anche vero che ho reagito e ho sempre ripetuto a me tessa: “Mi piega, ma non mi spezza!”. Di certo non è facile, a metterlo in pratica ce ne vuole, è una battaglia… ci vuole tanta forza.

Tocca non dare retta a quella voce che ti parla in testa e ti dice: “Ma chi te lo fa fare?”.

Io non sono una che promuove il divorzio, ma penso che se oggi ci fossero coppie che vivono la situazione che ho vissuto io: chi glielo fa fare?

La vita è così breve la devi vivere sempre nella scontentezza? No! Te la vivi come ti fa stare meglio!

Hai parlato dei tuoi sedici anni: cosa sognava e cosa pensava Daniela a sedici anni?

Parto da prima. Già alla fine della terza media io volevo continuare a studiare. La mia professoressa di lettere ha convocato mamma per dirle che indirizzo avrei potuto prendere: “Io la vedo bene come insegnante di italiano”. Sarei dovuta andare a scuola in un paese a 20 Km. Ricordo ancora esattamente il dialogo fra loro e io che assistevo impotente. Mamma rispose: “Ma no, è piccola, mandarla in giro con il pullman, da sola, tutti i giorni …”. Allora l’insegnante ha ribattuto: “Io vivo lì, nello stesso paese dove lei dovrebbe venire ogni giorno, sono disposta a portarla e a seguirla”; pensa quanta passione ci stava mettendo e quanto credeva in me e anch’io lo desideravo tanto e mi ricordo le parole di mia madre: “No. Gli altri fratelli non hanno studiato, non studia neanche lei!”. Io dentro di me: “Eh certo! Tutti ignoranti, aggiungiamone una in più!”. E lì non ho potuto fare niente: dove andavo da sola senza il permesso dei genitori? La professoressa ci è rimasta male, e io direi che per me è stata la delusione più grande fino a quell’età.

Mi viene in mente quando abbiamo parlato di quella categoria di mamme che siccome hanno sofferto o sono state limitate, allora devono “soffrire” anche le figlie, si devono limitare anche loro; invece io dico: “No!” Se io ho sofferto, alle mie figlie voglio preservarle da quella sofferenza. Che cos’è una ripicca? Non esiste che un figlio debba subire quello che ho subito io. Se non ho potuto fare una cosa e loro la possono fare, ben venga, sono contenta per loro. Sono libere, possono scegliere, e qualunque cosa la possono fare. I consigli si possono dare, però non categorici.

Ma torniamo a me. Finita la scuola, lei (mia madre) era già pronta con quello che andava fatto; ha cominciato a dirmi che dovevo trovarmi un fidanzato perché, perché, perché…Ed io ero ancora una bambina. Con i pensieri e le aspirazioni mi sentivo avanti anni luce rispetto a loro, ma l’età era quella che era. Quando hanno cominciano a dirmi che mi dovevo fidanzare pensavo: “Ma che ci faccio io con un uomo adesso?”. Nel senso che non ero pronta, non era quello il momento, io volevo studiare!

Quella volta si andava alle feste e ci si andava accompagnate dalla mamma o dalla sorella o da un parente che vigilava su di te. Il paradosso è che voleva che trovassi un fidanzato ma mi accompagnava sempre e stava lì come un sergente a sorvegliare con l’aria minacciosa e se qualche ragazzo si avvicinava capisci che era un po’ imbarazzante. Una volta uno mi disse: “Con te non ci si può parlare, perché tua madre sta sempre lì”. Ed io ci sono rimasta male.

All’epoca i ragazzi venivano a casa per conoscerti. Ricordo che mi diceva sempre: “Non gli dire di no, perché se poi non ne trovi uno migliore…”. Alessia…la butto a ridere, ma…ti rendi conto?

Un giorno si presenta questo: aveva ventotto anni ed io sedici. Quando lo guardavo pensavo: “Ma questo più che un fidanzato lo vedo come un padre”. Proprio un padre no, ma…capito? Vicino a me era stonato, non ci azzeccava nulla. Era un bell’uomo, veramente un bell’uomo, ma non era per me. E mamma subito era rimasta incantata perché le aveva detto che era proprietario di 3 ettari di terra; quella volta era una cosa grossa e la mia famiglia ne sarebbe stata contenta, però ci dovevo stare io, ci dovevo andare io a letto con lui. A me non importava di quegli aspetti materiali, il mio sogno di sedicenne era più vicino a “due cuori e una capanna”. Poi è intervenuta col suo solito: “Non gli dire subito di no, adesso ne parliamo, vediamo …”. Nel frattempo arriva quello che poi è diventato mio marito e lì mi è arrivato un aut aut: “Scegli! O questo o quello di 28 anni”.

Io sono sempre stata ribelle e quando non mi trattenevo o quando sentivo che era giusto parlare, che serviva a qualcosa, la tiravo fuori la voce:

“A me non mi conoscete per niente mamma! Con quello di 28 anni io non ci andrò mai perché è vecchio!! Quest’altro lo devo conoscere, almeno prima fammelo conoscere e poi se mi piace va bene, se non mi piace però io mamma non ci sto”. Per una settimana non mi ha parlato mai, si girava dall’altra parte quando mi incrociava.

Non stavo nell’obbedienza muta che lei si aspettava.

Mi chiedeva spesso: “Ma cosa vuoi tu? Cosa vuoi??”

“Io voglio una vita autonoma. Voglio scegliere come vivere la mia vita!”.

“Dopo? Se non prendi marito, stai con tuo fratello scapolo! Ma ricordati: meglio un cattivo marito che un povero fratello!”. Mi ripeteva in continuazione tutte queste cose.

“Ma chi l’ha detto che io sto con mio fratello? Una volta che mi sono resa autosufficiente vado via da casa, non resto qui a fare la serva”. Perché sapevo com’erano trattate le zitelle – come le chiamavano una volta – erano le sguattere di casa. Sapevo com’erano considerate. “No, no, cara mamma io non ci sto, quando mi sono creata la mia autosufficienza attraverso un lavoro retribuito, me ne vado da qui e vivo la mia vita. Poi quando mi capiterà un uomo che mi piace mi sposerò. Se non capita non si muore”.

“Veramente??” disse, “Pensi di andare a vivere da sola come una donna di facili costumi?”.

Erano circa gli anni ’70 e questa è stata una battaglia dura Alessia. Ero la pecora nera, una delusione per la mia famiglia, perché pensavo e dicevo quelle cose.

Dopo è successo che a me lui – mio marito – è piaciuto; mi dava la sensazione di una persona buona, che mi voleva bene e che si prendeva cura di me. Forse era la mia mancanza, andava a compensare questa madre che non era espansiva, non era premurosa, non mi dava dolcezza e cure.

Appena l’ho detto a lei: subito fidanzamento a casa …

Sospiro lungo di Daniela. Tutto bene?

Si, è che è una fatica raccontarla. È faticoso riviverla. Mi torna in mente una domanda che mi sono fatta tante volte: “Ma io sono normale?”. Cioè, anche a fronte di tutte le altre cose che ci sono state: liti tra fratelli e situazioni in cui sono sempre andata contro, perché non ero d’accordo… Sono sbagliata io? Che dovevo fare?”. È pur vero che non ho mai tollerato le ingiustizie, il trattare male le persone più deboli; e parlavo in faccia. Non sono diplomatica, non ci giro in torno, anche perché sennò non capivano, invece se ero diretta il messaggio arrivava e colpiva. Da una parte mi domando se ho fatto bene e a volte mi sono sentita in colpa per i miei modi, ma dall’altra riconosco che spesso si è risolto tutto per il meglio proprio grazie al mio intervento duro.

Daniela - Parte 2

Uscita: 16-01-2021

(Alessia) Mi avevi raccontato di quando si è sposato tuo fratello e ti hanno lasciata a casa.

Sì. Avevo 4 anni ed è stata la prima grande delusione della mia vita. Erano i giorni dell’organizzazione per il matrimonio di mio fratello. Quella volta  si usava sposarsi e fare il banchetto a casa, quindi per gli adulti era un gran lavoro, era impegnativo, invece per me era già una festa avere tutta quella gente che girava per casa e che aiutava ad organizzare. Mia madre mi aveva comprato un vestitino nuovo per il giorno dell’evento o me lo aveva fatto lei, non ricordo bene. La mattina del matrimonio vidi arrivare due taxi che avrebbero accompagnato lo sposo e i familiari in chiesa. Erano delle belle auto, lucide, mi ricordo ancora tutti i particolari. Poi, ad un certo punto, vidi salire tutti quanti e partire. Ed io? Era evidente che mi avevano lasciato lì.

Quando vidi che tutti se n’erano andati, corsi da mia madre per riferire dell’accaduto e le dissi che io ci volevo andare; lei mi rispose che sarei rimasta a casa con lei.

Quella volta era consuetudine che lo sposo fosse accompagnato all’altare dalla sorella, non dalla madre, per lo meno così mi spiegò poi mamma, la quale era rimasta a casa per seguire i lavori delle donne che si occupavano di cucinare per il banchetto.

Mi misi a piangere disperata, la presi molto male e mi nascosi tutto il tempo fino a quando non arrivarono gli sposi. L’ho vissuta come una grande ingiustizia; c’era mia sorella che poteva occuparsi di me: perché non mi hanno detto niente? Perché non farmi contenta? Ero piccola e non ero presa in considerazione, come tutti i bimbi a quell’epoca del resto.

(Alessia) Hai ricordi belli della tua infanzia?

Quella volta le famiglie erano numerose e insieme a noi vivevano mio zio con sua moglie e i suoi figli. Ricordo un grandissimo affetto ricevuto da loro, nonostante non saprei raccontarti degli episodi che possano fare da esempio. Posso dirti però che dentro di me è rimasta la sensazione di aver ricevuto tanto amore da questi zii. Mi è stato raccontato che mi portavano spesso con loro in campagna, fra le mucche e che una volta – avevo circa due anni- mi persero di vista e andai a finire sotto una mucca. Venni calpestata, mi fece male, mi misi a piangere, ma fortunatamente non è stato nulla di grave. I miei zii disperati mi portarono subito a casa, dove litigarono con mia madre che li colpevolizzò per il fatto di volermi portare sempre con loro. Mio fratello mi raccontò che in quel momento piangevano tutti e allora io dissi: “Allora mi volete bene!?”.

Custodisco da tanti anni questa sensazione di bene che questi zii mi hanno sempre trasmesso. Di ricordi belli non ne ho tanti ma questo fa parte di quelli. I miei fratelli più grandi non provavano gli stessi sentimenti per questi zii, anzi, ne parlavano male; però dico questo Alessia: io li ho percepiti in questo modo, loro in un altro, ed io mi tengo stretta il mio affetto per loro.

(Alessia) Eravamo arrivate a parlare del tuo matrimonio. Com’è stato?

Avevo ventuno anni quando mi sono sposata e non ero pronta.

Tanto in testa io avevo quelle idee di indipendenza e chi me le toglieva?

Ti dicevo che fin dall’inizio, da quando avevano iniziato a parlarmi di matrimonio, io non volevo, ma poiché i genitori di entrambi erano anziani e avevano la necessità di saperci sistemati, accettai, anche perché non vedevo l’ora di andarmene da casa mia. Mamma era di fatto una matriarca: lei teneva le redini e tutti gli altri sottomessi. Lei decideva tutto quello che dovevo fare, era invadente ed io ribelle; sceglieva lei i vestiti che dovevo comprare anche quando ero ragazza, quindici, sedici anni; l’ha fatto fino a quando non mi sono sposata. Sposarmi mi sembrava l’unica scappatoia per andare via di casa e fare quello che volevo.

Questa è stata la condizione di tantissime donne della tua generazione; È una storia che ho ascoltato molte volte: sposarsi era l’unico modo per andarsene di casa.

Quando sei giovane, piena di vita e hai voglia di fare, il fatto di essere oppressa e controllata, che gli altri scelgano al posto tuo, è una condizione molto difficile da sopportare o per lo meno per me era così. Povera mamma! Ormai non c’è più, sennò sai i discorsi che avrei fatto con la consapevolezza di adesso. Dopo, mi sono sposata e li è subentrata mia suocera. E ho detto: “Ma tutte a me?”.

L’unica cosa bella che ricordo del mio matrimonio è quando dissi la formula davanti a Dio. Mi è sembrato di rivolgermi proprio a Lui, ed è stato molto emozionante. Per il resto niente.

Quando si organizzava un matrimonio, la prima cosa che si sceglieva era il ristorante. A me non interessava di questo aspetto, mi sono rimessa alla scelta delle famiglie, anche perché avrebbero pagato loro; fatto sta che non si sono messe d’accordo e alla fine abbiamo fatto due pranzi divisi, uno a casa mia la domenica prima e uno la domenica del matrimonio al ristorante.

Poi c’è la storia dell’abito da sposa.

Mia suocera, che, come da usanza, avrebbe pagato il vestito, chiese a mio marito se avevamo una sarta che potesse confezionare l’abito; io era felicissima di questa richiesta perché mia cugina era sarta ed era bravissima nel cucito: creava degli abiti che erano una seconda pelle. Così, su invito del mio futuro marito le chiesi di farmi l’abito. Lei ne fu entusiasta. Passa qualche giorno e lui ritorna sul discorso ma questa volta chiedendomi: “Ma se l’abito anziché fartelo cucire su misura lo prendi già confezionato? Perché sai, queste sarte sono piuttosto costose, tra la stoffa e il lavoro è meglio se lo prendi già fatto così viene a costare un po’ meno”. Delusione totale! Questo è quello che ho vissuto in quel momento. Oltre a questo poi, avrei dovuto dirlo a mia cugina: prima le chiedo di farmi l’abito e poi le dico che non se ne fa più niente? Che figuraccia! Ma così feci. Lei si risentì, ma subito le proposi di cucirmi l’abito per il pranzo della domenica prima. Era bello, lungo, mi stava a pennello; sarei andata a sposarmi con quello!

Siamo andati in città per comprare il vestito; mamma, mia suocera, mio marito ed io: sembrava una processione. Nessuno di noi aveva un’idea di dove andare per comprarlo. Io non le colpevolizzavo perché erano anziane, erano ignoranti, non informate ed io ero ancora giovane per saper organizzare un matrimonio. Però: scegli di andare in un negozio a comprare il vestito, almeno chiedi a qualcuno prima di partire. Comunque, visto e compreso il loro disorientamento fui io a dire che c’era un negozio che conoscevo dove la parrocchia prendeva i vestiti per le comunioni. Entriamo in questo negozio e già da subito non mi fece una buona impressione. Tirarono fuori delle scatole, i vestiti da sposa li tenevano lì dentro. Me ne mostrarono tre e non me ne piacque neppure uno. Si vedeva dalla faccia, infatti mi chiesero: “Che succede?” e dissi “Niente, prendo il meno peggio”. Il meno peggio era brutto e costava settantamila lire. Sembravano tanti ma per un vestito da sposa era un prezzo economico. Mia suocera esclamò: “Settantamila lire?!”. Credo ne avesse solo cinquanta nel portafoglio, infatti, chiese a suo figlio il resto. Fece una colletta in pratica.

Una volta a casa dissi a mia madre che volevo rivedermi addosso il vestito perché non ero tanto convinta. Me lo provai nella camera di mia madre perché aveva uno specchio grande e quando mi guardai…aveva uno scollo quadrato orribile, era tutto lento, me lo tolsi di scatto e lo scaraventai a terra in cucina dove stavano tutti. “Io questo vestito non lo metto! Anzi, non mi sposo proprio!”. Mio marito si trovava in cucina con i miei fratelli, in seguito al mio gesto disse: “Allora perché non l’hai detto prima?”. Io risposi che era perché c’era sua madre, che s’intrometteva dappertutto e che era meglio se fosse stata zitta. Lui non parlò più. Mi misi a piangere disperata, allora mia madre mi disse di non piangere e che all’indomani saremmo andate a cambiare il vestito. Io mi chiedevo quale mai avrei potuto prendere dati che erano uno più brutto dell’altro. Ritornate al negozio feci richiesta di un’abito un po’ più carino perché quello che avevamo preso proprio non mi piaceva. Me ne presentarono uno che non era bello, ma che era leggermente meglio dell’altro. Ricordo che quando tirarono fuori il nuovo vestito, mi misi a ridere pensando allo schiaffo morale che avrei dato a mia suocera – Poverina a ripensarci adesso -. Lo presi e ci aggiunsi altri soldi perché era più costoso. Il giorno delle nozze mia suocera si accorse e disse: “Ma questo non è il vestito che hai scelto quella sera?”. Io: “No, non mi piaceva e sono andata a cambiarlo”.

Ricordo di aver pensato che se avessi avuto una figlia, il vestito da sposa glielo avremmo pagato io e mio marito perché doveva scegliere quello che le piaceva senza essere condizionata da nessuno. Quando si è sposata mia figlia scelse di farsi fare un abito su misura e quando la suocera le propose di pagarglielo, lei le disse: “No! Me lo pagano i miei”. Il padre le disse: “Scegli quello che ti piace, dopo passo io a pagarlo”. Sono stata molto felice che mio marito mi abbia appoggiata in questa mia volontà, senza che ci sia stato bisogno di lottare.

Dopo il vestito, è stata la volta dei mobili. Avevamo comprato un appartamento e avevamo fatto un po’ di debito. Al mobilificio siamo andati sempre accompagnati dai parenti e io avrei voluto arredarlo a mio gusto, dato che sarebbe stata la casa in cui avremmo passato tutta la vita. Parlò mio cognato, dicendo al negoziante che eravamo lì per vedere una camera da letto. Io non amavo lo stile moderno, preferivo il classico, anche se in quel periodo non andava molto di moda. Di arredamenti classici ne aveva solo tre: una, la più economica, assomigliava ad una cassa da morto, la seconda era così così e la terza era bellissima, in legno di noce… ancora ce l’ho davanti agli occhi tanto mi piaceva. Mio marito non parlò mai, l’unica volta che ha aperto bocca è stato per dire: “Prendiamo la più economica”. Replicai: “E no, un momento, a me quella proprio mi disgusta, quella in noce lo so che costa tanto, però almeno prendiamo la via di mezzo”.

(Alessia) Che cosa avrebbe significato per te scegliere quello che ti piaceva?

Quell’arredamento della stanza da letto sapevo che mi avrebbe accompagnato per tutta la mia vita – infatti, ancora ce l’ho – quindi sarebbe stato bello che qualcuno mi avesse detto di non considerare il costo e di prendere quello che veramente mi piaceva e mi rispecchiava: lo avrei abbracciato!

E quel qualcuno mi sarebbe piaciuto fosse stato il mio futuro marito, invece: sempre zitto. Feci molte litigate con lui perché non si faceva mai valere, sempre sottomesso ai fratelli. Mi chiesi spesso quanto effettivamente ci tenesse a me, e il perché non me lo dimostrasse mai. Si preoccupava di compiacere sempre gli altri. Mi sarebbe piaciuto che mi avesse dato ragione ogni tanto o fatto un regalo che simboleggiasse il valore che avevo per lui. Invece c’erano sempre di mezzo quei maledetti soldi e il fatto di risparmiarli e di non spenderli, e questo a me mi spegneva tanto, mi spegne tuttora.

Quel giorno tutti i presenti erano lì solo per monitorare quello che avremmo speso. Nella sua famiglia c’era la cognata che era invidiosa del fatto che acquistavamo una camera nuova mentre la sua era vecchia, perché si era sposata vent’anni prima. Poco dopo il mio matrimonio la comprò nuova anche lei!

Vedi, dove mi trovavo? Tra un groviglio di situazioni di paura della mancanza, di invidia, di stare attenti a non scontentare gli altri e dove nessuno mi poteva sostenere nelle mie idee.

Andammo a vedere la cucina. Quando ci chiesero quale cucina volevamo, parlò mia suocera: “Quella a bussolotti”. Chiesi a mio marito che cosa intendesse per “bussolotti” e lui mi spiegò che la mamma si riferiva a dei pensili assemblati, non di una cucina componibile però, bensì tutti pezzi a sé più un tavolo e basta.

Ah no, un’altra volta no! Ancora una volta non interessava quello che pensavo io, l’importante era spendere poco. Ricapitolando dissi: “La sala non la facciamo, in cucina mettiamo tutti pezzi così alla rinfusa? No, facciamo un bel soggiorno sennò che casa è?”.

Avrei mandato tutti a quel paese Alessia.

(Alessia) Che cosa sentivi?

Mi sentivo come mi sono sempre sentita: sminuita, come quella che non contava niente e quindi senza voce in capitolo.

Sarei dovuta andare a scegliere l’arredamento insieme a mio marito e basta; ci saremmo messi d’accordo fra noi, del resto era casa nostra: lui avrebbe sostenuto la spesa fin dove poteva, poi il resto lo avrei aggiunto io attingendo ai miei risparmi. O avremmo pagato a metà. Che male c’era?!

Io a quei tempi lavoravo in fabbrica e guadagnavo bene. Facevo gli straordinari perché mi piaceva avere i miei soldi e metterli da parte, ma li usavo anche per comprarmi cose che mi piacevano. Forse mi ero abituata troppo a soddisfare i miei bisogni? Mi ero viziata da sola? Ma l’ho fatto giustamente secondo me, e avrei dovuto continuare a farlo invece di reprimermi per dare ascolto agli altri.

La famiglia di mio marito non era delle mie stesse vedute: un giorno mi riferì che sua madre gli raccomandò di non darmi troppo perché altrimenti me ne sarei approfittata: “Le donne se gli dai un dito si prendono tutto il braccio” gli disse; pensa quanto potevo sentirmi accolta?!

Mi sentivo non rispettata e non degna di considerazione. Questa cosa è stata una costante della mia vita. Anche nella mia famiglia di origine i miei fratelli, mi dicevano sempre di stare zitta perché non capivo niente (come se capissero solo loro); quest’atteggiamento nei miei confronti faceva crescere in me un sentimento di disagio e mi suscitava una forte voglia di fuggire via. Una sofferenza interiore nella quale ti autoconvinci di non valere veramente niente e che gli altri abbiano ragione. Oggi so che la ragione non esiste: si discute, ci si esprime a turno e ci si mette d’accordo.

Siamo andati in viaggio di nozze a Venezia e abbiamo litigato di continuo. In viaggio di nozze, in genere, si va al ristorante o in trattoria, non importa il lusso, l’importante è stare bene insieme e creare un bel ricordo; invece noi mangiavamo panini, per non spendere. Un giorno mentre passeggiavamo, passando davanti ad un negozio vidi un vestito che mi piaceva molto ed esclamai: “Quanto è carino, entriamo a vederlo, se mi va lo compro così avrò un bel ricordo di questo viaggio”. La sua risposta fu: “Ma non ce li hai i vestiti a casa?”.

Ti rendi conto? Lui non mi vedeva, ero trasparente, vedeva solo i soldi che uscivano attraverso di me. Replicai dicendo che avevo i miei soldi, quelli del pranzo della domenica precedente il matrimonio che mia madre mi aveva lasciato e potevo farci quello che volevo. Entrai, il vestito mi stava bene e lo comprai. Vedi già com’eravamo partiti male?

Mi dispiace tanto per le parole che disse sua madre riguardo le donne approfittatrici, perché lo condizionarono e perché lei era una donna, quindi anche lei era un’approfittatrice? Questa cattiveria delle donne con le altre donne mi ha sempre fatto tanto male.

Eravamo ancora in viaggio di nozze quando gli arrivò una telefonata in cui gli chiesero di ritornare per il sabato successivo – noi eravamo partiti il lunedì, e saremmo dovuti rientrare la domenica – perché si sarebbe sposato un suo parente; non sapevamo neanche di che parentela si trattasse e io non sarei voluta ritornare. Mi dissi che avevo sbagliato tutto nella vita: non tutto, ma tanto!

Quando ci siamo sposati io ero incinta; per la famiglia di mio marito sarebbe stato un grande affronto e uno scandalo, allora lo abbiamo tenuto nascosto, lo sapevamo solo io, mio marito e mia madre. La sua era una famiglia devota e aveva anche uno zio prete: sposarsi incinta era considerato un peccato mortale e quella impura era la donna, eppure lo avevo fatto insieme a mio marito, no?! Dopo un po’ lo sollecitai a comunicarlo alla sua famiglia prima che se ne accorgessero da soli. La madre, ricevuta la notizia fece una scenata pietosa, disse che se avesse saputo non sarebbe neppure venuta al matrimonio. La reazione del padre fu diversa, disse alla moglie che doveva smetterla, che oramai era successo e l’importante è che stavamo tutti bene. Non ne parlammo più.

Tutti si preoccupavano di come dirlo allo zio prete; io volevo tanto bene a quell’uomo, ci parlavo molto e lui trovava sempre le parole giuste. Quando ti doveva infondere coraggio aveva l’abitudine di prenderti le mani e ti trasmetteva tantissimo calore: mi faceva stare tanto bene. Loro invece – la sua famiglia – di quel prete consideravano solo l’etichetta: avevano un tesoro immenso come non se ne trovano, e non sapevano godere delle sue qualità. A me lui ha dato tanto: quando stavo in crisi andavo a parlarci, perché non mi faceva sentire giudicata e trovava sempre parole confortanti. Io me lo son saputo proprio godere!

Quando ho partorito, mi è venuto perfino a trovare all’ospedale, quindi per lui non era questo grande problema che fossi rimasta incinta prima del matrimonio…

Queste sono le note positive che ho saputo vedere, e sono orgogliosa di me per il bello che ho saputo cogliere nel grigiore della mia vita. Vedo tanti, Alessia, che non sanno o non vogliono vedere.

Il fatto che lo zio prete non giudicasse mi aiutava tanto, altrimenti siamo sommersi dai giudizi e dalle cattiverie.

Anch’io ho giudicato mia suocera, mia madre, tutti…me ne rendo conto, ma adesso dico: “A che serve? Perché farci del male a vicenda?”.

 

Daniela - Parte 3

Uscita: 23-01-2021

(Alessia) Quindi mi dicevi del matrimonio, mi hai raccontato della famiglia di tuo marito…

Più di tutti era mia suocera; non perché – poverina – uno voglia prendersela sempre con le suocere… Mia suocera era dura, un po’ come mamma ed era gelosa del figlio. Quando si rivolgeva a lui usava un linguaggio… come fosse ancora un bambino piccolo. Io soffrivo dentro di me per questa cosa; i miei figli dicevano che ero gelosa. Non era gelosia, è che io non sono così e non mi sembrava normale.

Il fastidio di cui parli mi fa pensare ad una questione di mancata indipendenza, ovvero al passaggio fondamentale dalla dipendenza all’indipendenza che ciascuno di noi dovrebbe affrontare e superare durante quella fase chiamata: adolescenza; ma di fatto la maggior parte delle  persone resta dipendente. Gli uccellini ad un certo punto devono lasciare il nido, trattenerli è una questione di egoismo della madre o dei genitori. È come se a livello istintuale tu percepissi questa cosa e volessi palesare che non era “normale”, che certi ruoli non possono essere mantenuti (madre – figlio), pena il non abbracciare mai i nuovi ruoli (donna, marito, padre, ecc). Ad un certo punto si smette di essere genitore e se non si accetta questa cosa si continuano a portare avanti comportamenti anacronistici e dannosi per le relazioni. Si pensa di fare il bene, ma in realtà si fa il male dei figli.

Lui non era in grado di rendersene conto e tantomeno di prendere una posizione. Questa era la cosa che più mi faceva soffrire nel nostro rapporto e ogni volta, quando tornavamo a casa, litigavamo.

È sempre stato così fin da quando eravamo fidanzati.

Quando mia suocera ci invitava a cena o a pranzo, mio marito si metteva a capotavola, io vicino a lui e di fronte a me mia suocera. Lei gli offriva continuamente da bere, gli versava il vino nel bicchiere, a me che stavo lì davanti… niente, mai neppure una volta si è rivolta a me per offrirmi qualcosa, neppure una domanda, come se non esistessi o non fossi degna di considerazione. Capisco che apparentemente può sembrare una cosa sciocca, ma a me faceva soffrire. Quando tornavamo a casa a lui queste cose le facevo notare: “Perché tua madre il vino non lo offre anche a me? A te lo offre in continuazione ma a me mai: tu ci hai fatto caso?”. Lui mi diceva che non lo aveva notato e che me lo potevo prendere anche da sola se lo volevo. Gli rispondevo che se neppure lui lo prendeva da solo, che era di casa, figuriamoci io. Adesso, a questa età, non me ne importerebbe nulla.

È come se fosse un messaggio per te; appositamente non ti veniva data considerazione, ovvero ti escludeva dalla diade madre-figlio. Il metamessaggio era: “Non sei gradita”.

Sì, io la interpretavo proprio così.

Allora chiedevo a lui affinché fosse più coinvolgente e mi aiutasse ad ambientarmi: “Magari puoi offrirmi tu del vino!?”. Io non volevo che rispondesse male a sua madre, ma che stesse attento e notasse queste cose, che avesse avuto più attenzioni nei miei confronti.

Ecco come mi sentivo: in quelle occasioni mi sono sentita come un oggetto!

Spesso le madri sono gestrici, più o meno consapevoli, della vita dei figli. Spesso li tengono sottomessi, specialmente i figli maschi: fare il gesto che chiedevi tu, ovvero di versarti il vino, avrebbe avuto il valore di sfidare la madre. È come se le avesse detto: “Facciamo entrare ed ambientare anche lei”.

E non sarebbe stato meglio così?

Sono d’accordo con te, ma in quel caso la “forza” della madre “ha vinto”, e lui non si è permesso di fare una cosa del genere. Qui rientra in gioco il discorso della relazione tra donne: il fatto che abbiamo citato spesso della donna più anziana che invece di sostenere la donna più giovane, la ingabbia e la osteggia.

Tuo marito ha fatto fatica a cogliere certe cose perché vederle, diventarne consapevole, significava poi agire di conseguenza. Per creare un nuovo nucleo familiare che funzioni e possa prosperare, occorre tagliare il cordone con la propria famiglia di origine, pena la non costituzione del nuovo nucleo a livello relazionale e psicologico. Non significa tagliare i rapporti, è piuttosto un trasformare i ruoli. Questa è coscienza del femminile, sono convinta che sia nostro, di noi donne, il compito di far comprendere e realizzare tutto ciò.

Ogni volta si creavano queste situazioni e ogni volta io sollevavo delle discussioni; lui mi diceva che ero io, che le guardavo tutte, che non stavo rilassata, e per molto tempo dubitai di me stessa.

Questo ce lo sentiamo dire spesso come donne: il fatto di essere esagerate. Ha a che fare con la nostra natura l’osservare i dettagli intorno a noi, il percepire il clima nelle relazioni; invece l’uomo sa guardare lontano, progettare, passare all’azione. Quando ti dico questo mi riferisco ad aspetti propri di ogni essere umano, quindi in ogni donna e in ogni uomo c’è una parte maschile e una femminile che devono entrambe emergere e dialogare. Così deve essere dentro di noi, e così deve essere fuori di noi, nelle relazioni. Quindi in una cultura come la nostra, che è patricentrica e pertanto sbilanciata verso il maschile, come donne ciò che spontaneamente notiamo viene ridimensionato: “Ma cosa sono queste ‘cosette’ che noti? Ma perché le pesi tutte!? Stai rilassata”. La strada non è quella di prendersela con gli uomini però; piuttosto sta a noi far valere il nostro punto di vista, saperci spiegare e riuscire  trasformare ciò che sentiamo essere positivo per le nostre relazioni. Non è che un punto di vita sia sbagliato e l’altro giusto, entrambi, in dialogo, sono una ricchezza. 

Ma se una donna te lo fa notare spesso, non darle ragione, ma almeno una volta facci caso, osserva anche tu se è come ti dico o è una sciocchezza. Da fidanzati, quando lui veniva a casa mia, mia madre a tavola lo trattava ancora meglio di un figlio. Come fai a non notare la differenza rispetto a quando io vengo a casa tua? E poi, ma se vedi che insisto fino ad arrivare al punto di litigare con te, per quanto tu non sia abituato ad accorgerti di quello che ti accade vicino, guarda tua moglie, ascoltala, valuta quello che dice e poi trai le tue conclusioni; mi dirai dopo aver valutato se per te sono cose vere o mie fissazioni. 

Fatto sta che ad un certo punto dissi a mio marito che dato che a casa sua era come se non esistessi, al prossimo invito sarebbe andato da solo con i figli; io sarei rimasta più volentieri a casa. La sua preoccupazione a quel punto era cosa inventare per giustificare la mia assenza! Per quanto mi riguardava poteva dire quello che voleva: io in ogni caso non sarei andata. Qualche volta, in seguito a questa mia presa di posizione, non andava neanche lui. Non mi importava, ero sicura delle mie motivazioni.

È stata una storia lunga; c’ho messo tanto tempo a prendere questa posizione, circa diciassette anni; non è da me fare queste cose però era diventata una cosa veramente insostenibile.

Quello non era il modo di comportarsi con una ragazza giovane che entra a far parte della tua famiglia: creare un ambiente ostile e farla sentire umiliata; dissi basta e che sarei tornata quando avrebbero iniziato a trattarmi come meritavo!

Mi stai dicendo che da parte tua non è stato un capriccio, un dispetto, ma si è trattato di rispettare te stessa.

Dopo questo credo che mio marito abbia provveduto a risolvere la cosa, o forse mia suocera l’ha intuito da sola – non mi interessa – fatto sta che in seguito serviva il vino anche a me.

Nelle varie conversazioni hanno iniziato a rivolgersi anche a me, cosa che prima succedeva raramente, proprio quando si sentivano costretti, e questo non solo la madre, ma anche gli altri membri della famiglia.

Io inizialmente ero molto timida e in quella famiglia dove si parlava sempre di preti e di religione mi sentivo a disagio; non ero abituata in quel modo e non avendo niente da dire stavo zitta.

Passato il tempo passò anche la mia timidezza e così iniziai a buttare là degli argomenti. Lì è partita un’altra dinamica: il borbottare di mio marito quando intervenivo sulle loro conversazioni riguardanti la Chiesa, sulle quali non ero né preparata né interessata, ma almeno partecipavo; oppure quando tiravo fuori argomentazioni più leggere, lui in qualche modo mi derideva e mi faceva capire che quello che dicevo non c’entrava niente ed era meglio che stavo zitta.

Questo atteggiamento ancora ce l’ha: più o meno un mese fa ci siamo date appuntamento con mia cognata per fare finalmente una chiacchierata; ho iniziato a fare un discorso e ho sentito subito in sottofondo il mugugnare e borbottare di lui che mi diceva che la cosa che stavo dicendo era inappropriata: “Sarò libera di chiacchierare di quello che voglio con mia cognata? Se non ti va bene vattene!”. Finalmente in quella situazione me ne sono fregata e ho detto comunque quello che volevo.

Daniela - Parte 4

Uscita: 30-01-2021

(Alessia) Ti va di parlare del tuo matrimonio?

Se mi guardo indietro mi rendo conto che ci sono stati tanti momenti di sofferenza. Mentre li vivi e sei giovane e devi occuparti dei figli piccoli non ci pensi, però, se rifletti, poi te ne rendi conto.

La questione principale è che rimanevo spesso incinta e dopo 4 figli e 4 gravidanze posi la questione a mio marito dicendo che era un problema e che bisognava prendere provvedimenti; a me i bambini piacevano tanto e ogni figlio io lo avrei tenuto, ma economicamente come facevamo? E poi bisognava crescerli e sentivo che più di quello non riuscivo a sostenere, anche fisicamente.

Sapevo che lui ci teneva molto al sesso e io lo assecondavo, ma posta la questione mi rispose: “Ma che devo fare?” ed io ribattei in maniera aggressiva: “Se non sai che fare tagliatelo!”.

Mi disturbava la sua inattività, come se non lo riguardasse. Mi chiedevo come un uomo giovane non si ponesse certe domande. Anche io non sapevo nulla o quasi sulle mestruazioni, ecc. – era un’altra epoca – in ogni caso non ha mai avuto interesse ad informarsi.

Il nostro ultimogenito aveva appena 7-8 mesi quando io rimasi di nuovo incinta; lui si disperò, allora, come sempre, ho preso in mano la situazione. Andammo a parlare con un dottore che effettuava gli aborti. Ci andammo insieme; il dottore lo rimproverò e gli disse: “Ma la vuoi far morire questa donna? Non è una macchina da riproduzione!”. Era anche mia la colpa ovviamente, ma quelle parole mi hanno dato soddisfazione.

Questo medico mi propose subito l’aborto, da fare lì nell’immediato; così all’improvviso, senza nessuna preparazione… se ci penso… dissi al dottore che mi faceva male il cuore a compiere quel gesto, ma capivo che era inevitabile, che dovevamo pensarci prima e che da quel momento in poi: “Basta con i figli!”.

Vivevo con l’ansia, perché rimanevo incinta facilmente, poi per mio marito il sesso era importante, allora dissi al dottore che volevo che mi aiutasse a risolvere questa questione. Mi diede appuntamento per chiudere le tube, anzi per bruciarle, disse proprio così: “Gliele brucio!”. Spiegò anche che c’era una soluzione percorribile anche per l’uomo; sarebbe stato un intervento molto più semplice per mio marito, da fare in ambulatorio. Lui aveva paura che poi non sarebbe stato più “efficiente”, ma questo non glielo aveva detto nessuno, era solo una preoccupazione nella sua testa, allora dissi: “Va bene! Ho capito!! Lo faccio io, ma ricordati che fino a quando non ho fatto l’intervento tu non mi devi toccare neanche con un dito”.

A lui era stato chiesto di fare solo un taglietto, io invece dovevo andare in sala operatoria e fare un intervento vero e proprio, che durò un paio di ore. Inoltre la controindicazione principale dell’intervento era il possibile calo del desiderio e questo non ha fatto bene alla nostra unione. Non è stata una passeggiata e questa cicatrice nel nostro rapporto è rimasta…non ha fatto mai nulla per me, niente!

Ti racconto anche questo.

Lui ha iniziato un certo “cammino” in parrocchia. Io non ero interessata, ma per non stare sempre sola in casa e per fare qualcosa assieme a mio marito, l’ho seguito. Con i figli stavo bene e sono importanti per me, però lui partiva la mattina e tornava a casa la sera dal lavoro e io avrei voluto che stesse con noi: “Sennò cosa l’hai fatta a fare una famiglia?!”.

Io soffrivo proprio nel vederlo andare via e gli chiedevo di rimanere con noi. Alla fine fui io a seguirlo.

Questo tuo pensiero lo trovo molto coerente con quello in cui credi, tu dici: “Se voglio che la mia famiglia prosperi, ci devo credere per prima io; se voglio che le cose vadano bene bisogna che io coltivi il rapporto con mio marito”. Altre donne sarebbero rimaste scontente a casa con i figli e magari si sarebbero lamentate con loro per farseli alleati, facendo così avresti sicuramente peggiorato la situazione familiare.

A me quell’ambiente del catechismo non piaceva, ci vedevo delle contraddizioni – predicavano bene, ma razzolavano male – e mi sentivo molto giudicata.

Lui diceva a me di non giudicare, inoltre quando non ero d’accordo rispondevo e mi esprimevo e anche questo non gli andava bene, ma non avevo nessuna intenzione di stare zitta se andavo, e alla fine non ci andai più. Perché io credo questo “Tu che mi vuoi insegnare, primo non mi devi giudicare, perché sono tuo allievo e sono qui per imparare, secondo, devi essere da esempio, dopo io ti seguo”.

In che modo ti sei sentita giudicata?

Giudicata perché rispondevo, controbattevo, perché non la pensavo come loro. Poi un giorno ci interrogarono tutti e ci chiesero uno per uno se eravamo “aperti alla vita”, che significava se potevamo procreare. Lì mi sono sentita umiliata, in primis da mio marito, perché quando risposi di NO, perché avevo chiuso le tube, mi risposero che solo il Signore può decidere queste cose e che dovevo prendere tutti i figli che il Signore mi avrebbe dato. Replicai che rimanevo incinta ogni anno e che sarebbe stato impossibile mantenerli tutti, allora mi dissero che non avevo fede nel Signore. Mio marito, lì vicino a me, non ha detto una parola, neppure uno sguardo di sostegno. C’era un parroco presente quella sera che non conoscevo bene, ma lui prese le mie difese dicendo che avevo ragione perché quattro figli già li avevo e che avrei dovuto pensare anche alla mia salute. Non me lo aspettavo e ne fui molto contenta.

E non è finita: quando fecero la stessa domanda a mio marito, ovvero se lui fosse aperto alla vita: rispose di sì. Rimasi malissimo; a casa litigammo e gli dissi: “Io l’ho fatto per tutti e due, non solo per me, perché non hai detto loro che sei aperto alla vita ma eri d’accordo con me della scelta fatta?

Certo che sei aperto alla vita: mi sono sacrificata io per tutti!”.

Intanto lui passava da pulito, ma in effetti, una volta, questi stessi del catechismo glielo dissero: “Per te conta tanto l’apparire”.

Cosa pensi oggi di tuo marito?

Mio marito è un uomo buonissimo, ma aveva un problema e tuttora lo ha: non è mai riuscito a tagliare il cordone ombelicale con la sua famiglia. Ormai…non lo farà più. E non era solo verso i genitori, ma anche con i fratelli. Lui non prende nessuna decisione senza aver sentito prima il fratello più grande. Adesso il nostro rapporto è cambiato, a me non importa più niente di questa cosa e lui nei miei confronti è meno polemico per quanto riguarda i soldi, ecc. Prima era più opprimente, adesso mi lascia più fare.

Qualche settimana fa, lui stava sul divano ed io mi sono messa seduta vicino a lui; mi ha abbracciato sopra una spalla dicendo: “Oh… fammi stare un po’ vicino a mia moglie”. “Beh – ho pensato – sarebbe ora!!”. Mi ha fatto molto piacere.

Oggi abbiamo trovato un equilibrio fra noi, ognuno ha i suoi spazi e ci lasciamo più liberi. 

Ti racconto anche questo: era estate e come sempre mio marito indossava pantaloni corti e morbidi in vita; stava in piedi in cucina ed io da dietro… zac… gli tiro giù i pantaloni, e lui li ritira su; poi dopo un po’ rivado là e… zac… gli faccio di nuovo lo stesso scherzo. Mi ha mandato “a quel paese”, ma appena ha finito di fare quello che stava facendo è venuto lui a stuzzicarmi, e tutti e due a ridere di cuore!

Io spesso mi metto a fare il clown! Questi per me sono momenti belli e penso che andrebbero creati più spesso, però devo essere io ad innescarli e a spronare lui, se no non succede niente; inoltre dipende anche da come lo trovo, se non ha voglia mi dice: “Smettila!” e finisce lì.

Fuori lui si preoccupa di cosa dice la gente e pretende da me un comportamento il più composto possibile, dentro casa però, dico io, trasgrediamo un po’, tanto chi ci vede; se serve per divertirci, facciamolo!

Io ne sono convinta e continuo così.

Questa è la forza che vedo in te! Nonostante tutte le limitazioni e i dispiaceri che hai vissuto, non ti sei persa d’animo e ci provi ancora ad esprimerti per quella che sei!   

Con tutte le vicende che ho vissuto, quelle legate alla famiglia di origine, fra me e mio marito e con la sua famiglia e varie altre cose, ti dico la verità, mi stavo spegnendo. Quando ne ho preso coscienza ho detto: “No! Daniela deve tornare ad essere Daniela!”. Sai Alessia, puoi non accorgerti che ti stai spegnendo, ti succede piano piano, giorno dopo giorno, e non te ne rendi conto. Alla mia età, la considero una vittoria con un valore inestimabile l’essermi riaccesa! Perché sarebbe facile focalizzarsi sugli “acciacchi”, su tutte le ingiustizie subite, sui rimpianti, ed io non lo sopporto di ridurmi a questo.

Mi sono detta con un sospiro di sollievo e con stupore: “Vedi Daniela che ce  l’hai fatta!”. E ho provato una grande soddisfazione.

Poi ti dimentichi che stai male; quando ti trovi in questi stati di grazia, in momenti così belli, ti scordi dei problemi economici, dei problemi legati all’età, ti dimentichi di tutto e dici: “Evviva!”.

Chi l’ha detto che una, ad una certa età, deve mettersi lì a fare la maglia?

È come se tu dicessi che la vita può essere ancora bella, fino a che c’è vita ci può essere ancora tanta bellezza e occorre saperla vedere. Anche a 70 anni la vita può avere ancora senso, riservare delle sorprese, avere tante cose da dare ad ognuno. Il tuo messaggio è questo: si può fare tesoro di quello che si è vissuto, anche se negativo, la vera sfida è saperlo trasformare in qualcosa di positivo per la propria vita.

Sì, ed è una bella soddisfazione. Non c’è un aggettivo per definire lo stato di grazia nel quale mi trovo in questo momento in cui sto riconoscendo la strada  che ho fatto e la possibilità nonostante tutto di rinascere e stare bene.

Sono le sfide che affrontiamo a darci la misura del nostro valore, senza di esse, senza l’impegno che dobbiamo mettere per superarle, come faremmo a crescere, ad arrivare a provare soddisfazione, ad apprezzare ciò di cui siamo capaci?

Alessia Maracci
Alessia Maracci
alessia.maracci@gmail.com
8 Comments
  • Gloria Damiani
    Posted at 18:45h, 09 Gennaio Rispondi

    Che Donna.

    Nel ruolo di antenna in famiglia e di sentirmi sbagliata per questo, mi ci rivedo molto.

    Anch’io intermediaria a casa, quella che tirava fuori la polvere sotto al tappeto, che tirava fuori le dinamiche; sia quelle tra me e mia madre senza essere capita, in quanto lei manipolatrice e non ammetteva mai, e che vedeva anche chiaramente in ogni famiglia delle mie sorelle e fratelli, l’elemento debole che avrebbe sofferto come me perché con una sensibilità speciale, preso di mira, incompreso e sotto giudizio.

    Grazie Daniela per la condivisione , ascolterò volentieri il resto della tua storia

  • Alessia Maracci
    Alessia Maracci
    Posted at 19:00h, 09 Gennaio Rispondi

    Grazie Gloria per il tuo commento! Ogni storia parla un po’ di ognuna di noi; per qualcuna il rispecchiamento è più forte e vale la pena leggere per scoprire che non siamo le uniche ad aver vissuto certe cose e che possiamo sentirci capite. Mi unisco al tuo grazie a Daniela!

  • Astolfi Katia
    Posted at 22:55h, 09 Gennaio Rispondi

    A me la storia di Daniela, non avendo avuto un passato così per fortuna, mi fa tanto pensare a mia figlia… Speriamo di essere all’altezza di tutte le sue aspettative e di non deluderla mai….

    • Alessia Maracci
      Alessia Maracci
      Posted at 08:41h, 10 Gennaio Rispondi

      Grazie Katia per il punto di vista ulteriore che poni a partire dalla storia di “Daniela”

  • Francesca Governatori
    Posted at 10:24h, 12 Gennaio Rispondi

    Daniela è in me, come immagino lo saranno tutte le altre donne che si racconteranno. Ha la “d” maiuscola di donna, esemplare e unica. La sua storia e le altre non sono casuali: mi aiutano a ricordare, a rileggere la mia vita, sono l’occasione per vederci chiaro e in questo non sono mai innocenti. Grazie, soprattutto a chi “vuota il sacco”, a chi si dona senza ritegno e mette a disposizione di tutte questo tipo di conoscenza.

    • Alessia Maracci
      Alessia Maracci
      Posted at 14:22h, 12 Gennaio Rispondi

      Grazie Francesca! La penso proprio come te: grazie a chi “vuota il sacco” perché fa un regalo a tutte.

  • Katy fogante
    Posted at 18:38h, 14 Marzo Rispondi

    Ho letto ora, ho pianto… per le sofferenze patite da Daniela, comunque certo ognuna di noi è un pò Daniela.. ho anche pensato molto a me come madre e mi auguro di non essere per i miei figli maschi una madre che non taglia il cordone ombelicale, ma voglio essere una madre che accoglierà le compagne dei mie figli, con spirito di sorellanza e comprensione. grazie Daniela per questa testimonianza, per me è un tesoro

    • Alessia Maracci
      Alessia Maracci
      Posted at 18:48h, 14 Marzo Rispondi

      Grazie Katy per aver condiviso cosa ha fatto nascere in te la storia di Daniela.
      Sono d’accordo con te che lei è un po’ in tutte noi, o meglio, in ognuna di noi riecheggia qualche aspetto vissuto da Daniela.

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